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Italiani popolo di analfabeti?

«Non siamo in grado di partecipare pienamente alla vita sociale» perché non abbiamo le capacità cognitive di «informarci come anche di capire le informazioni che recepiamo, e questo ha delle conseguenze», ad esempio l’incapacità di operare una scelta consapevole. Che significa? Che siamo un branco di pecoroni e che, forse, il suffragio universale andrebbe ripensato. Ora si è anche in tema di primarie, perciò.
Precisiamo che le parole in virgolettato sono di Tullio De Mauro, linguista di grande fama nonché ex ministro della Pubblica istruzione dal 2000 al 2001, mentre il pensiero sul suffragio è il nostro.

Perché diciamo questo? Perché fino a dieci anni fa – 2006 – troppi italiani erano al di sotto del quarto livello di alfabetizzazione. Il 71% della popolazione italiana compresa tra i 15 e i 65 anni arrivava solamente al terzo livello, e no, il terzo livello non basta. Ecco il motivo:

  1. 5% – Primo livello: analfabeti strumentali. Incapaci di compitare;

  2. 33% – Secondo livello: analfabeti funzionali. Decifrano lettere e brevi frasi, ma non vanno oltre;

  3. 33% – Terzo livello: a rischio di analfabetismo funzionale. Vanno oltre il precedente livello, ma con difficoltà, e non arrivano al livello superiore, il quarto, considerato il minimo indispensabile per partecipare alla vita sociale;

  4. 10% – Quarto livello: alfabetizzati funzionali con deficit di problem solving;

  5. 19% – Quinto livello: sopra la soglia minima internazionale di competenze alfanumeriche e problem solving necessarie per orientarsi nella vita di una società sviluppata.

È una situazione pericolosa perché le scelte politiche di un singolo si ripercuotono su tutta la comunità. E se il voto di una persona che non è in grado di capire chi sta votando vale quanto quello di chi questa capacità ce l’ha, allora c’è qualcosa che non va. Qui il discorso è orientato verso la politica, ma possiamo traslarlo in ogni altro settore: se non si è in grado di scegliere, non si dovrebbe scegliere, punto.
Poi, nel 2013, l’Ocse ha realizzato la prima di un’indagine triennale – Programme of International Assessment of Adult Competencies – con lo scopo di monitorare le competenze linguistiche e matematiche di 24 Paesi europei, Italia compresa. Voilà, ecco due tabelle: siamo lì in alto, in entrambe ultimi in classifica.

De Mauro Tullio, Storia linguistica dell'Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, 2014
De Mauro Tullio, Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, 2014

Tutto ciò è dovuto oltre che all’analfabetismo primario, anche a quello di ritorno – o dealfabetizzazione – ossia quel fenomeno di regredimento culturale e cognitivo in età adulta, anche in persone che hanno raggiunto alti livelli di istruzione, come la laurea.
L’analfabetismo di ritorno è causato da due fattori che si intrecciano fra loro. Il primo è il più intuitivo, quello fisiologico: con l’età ci rincoglioniamo, ed è normale. Per dirla con le parole di Tullio De Mauro: «in età adulta si tende a dimenticare quello che si è appreso da giovane, sia come conoscenze, sia come abilità». Il secondo è di natura socioculturale ed “elicoidale”, ossia il classico circolo vizioso o il cane che si morde la coda, ditela come volete, il risultato non cambia. «Se le competenze acquisite da giovane vengono tenute in esercizio resistono abbastanza bene, se questo non avviene si deteriorano molto di più». È un po’ come l’atleta che per essere sempre in forma e al top della prestazione si allena costantemente, ma per farlo gli serve un ambiente adeguato, come una palestra attrezzata. Nel nostro caso «la misura di questo deterioramento è in funzione del tessuto culturale complessivo che c’è in una società, e della volontà di accedere a questo tessuto», in parole povere significa che anche il nostro cervello ha la sua sala pesi: scuole, università, biblioteche, cinema, teatri, sale concerti, etc. Più brevemente, in una sola parola: cultura. Che poi, la cultura, non è altro che il frutto maturo di un ambiente costruito ad hoc, ci vuole un po’ di impegno e un sistema scolastico degno di questo nome, non è che cada dall’alto per intercessione dello spirito santo.

Dati Istat 15 gennaio 2015
Dati Istat 15 gennaio 2015

Il futuro? «Se i gruppi dirigenti non percepiranno la gravità di questa situazione cambiando mentalità le cose andranno male» anche perché, aggiungiamo noi, la classe dirigente non è altro che la proiezione della società, del cittadino medio.

Foto principale di Graziaiantoschi (Own work) [CC BY-SA 3.0 (httpcreativecommons.orglicensesby-sa3.0)]

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