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LoRenzi il Magnifico e la sua Italia feudale

Ervand Abrahamian è uno studioso di fama internazionale.
Nato in Iran nel 1940, ma cresciuto in Inghilterra, ora insegna Storia al Baruch College della New York University. Date le sue radici si è sempre occupato di Iran mostrando un livello di analisi superlativo: critica e capacità di rimanere super partes.
In “Storia dell’Iran, dai primi del novecento a oggi”, Ervand definisce l’Iran del dopo Reza Shah – quello degli anni ’40 per capirsi – come una “democrazia feudale”. Un concetto dalla natura ossimorica che mette in relazione due termini antitetici. Democrazia prevede che sia il popolo ad avere il potere, o meglio, indica un sistema di governo in cui siano i cittadini stessi a esercitare, direttamente o indirettamente, la sovranità. Ciò implica il concetto di individualità di pensiero e quello di consenso dei cittadini formatosi mediante una corretta informazione, quest’ultima attualmente latitante o ridotta a semplice velina. Nel feudalesimo troviamo il concetto di subalternità gerarchica tra superiore e inferiore non solo di grado sociale, ma anche intellettivo e culturale; concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona, i quali si tramandano per legame familiare e, di conseguenza, una società stratificata in classi e corporazioni. Sintetizzando con un’equazione:

Democrazia : individualità di pensiero e partecipazione = Feudalesimo : omologazione di pensiero e inerzia

Ervand nello spiegare la situazione dell’Iran degli anni ’40 scrive che il suo Paese «era tornato al governo dei notabili con le élites latifondiste che di nuovo convogliavano il gregge dei clienti, soprattutto dei contadini e dei membri delle tribù, verso le cabine elettorali e quindi dominavano sia il gabinetto sia il majles [il Parlamento, ndr]». Più avanti continua a raccontare che «i khadkhuda [i capi, ndr] spinsero i contadini ai seggi e i comitati elettorali contarono i voti. Il governo dei notabili può essere definito una democrazia feudale».

Ervand Abrahamian - Storia dell'Iran, dai primi del novecento a oggi
Ervand Abrahamian – Storia dell’Iran, dai primi del novecento a oggi

D’altra parte Sergio Romano, nel 1994 in “L’Italia scappata di mano”, ha scritto: «Come i cattivi prelati dell’alto Medio Evo vendevano indulgenze e benefici ecclesiastici, cosi i cattivi politici della prima Repubblica hanno monetizzato tutto ciò su cui potevano mettere le mani e hanno ricompensato i loro esattori distribuendo un esercito di gabellieri nelle banche, nelle aziende pubbliche e in qualsiasi amministrazione fosse soggetta al loro controllo. I danni subiti dal Paese non si misurano sommando le tangenti percepite, ma le deformazioni che il sistema ha inflitto all’economia e alla polis».

Dal 1994, dalla prima Repubblica a oggi non è poi cambiato molto. Ci troviamo sempre in un Paese dove il signorotto politico porta ordinatamente il suo gregge al voto in cambio di promesse e/o imposizioni; dove in Parlamento si fa più affidamento agli ammennicoli dei partiti, che a quella che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, chiama la “buona politica”; dove il vassallo Verdini migra da un feudo all’altro portandosi dietro tutti i suoi valvassori e valvassini; dove il Grillo parlante di turno punta più a cavalcare l’onda del disinnamoramento della politica che a un vero cambiamento della società; dove le lobby, come quella dei banchieri, sono le antiche gilde come lo erano quelle dei mercanti e degli artigiani; e così via.

E in tutto ciò LoRenzi il Magnifico si è circondato di una corte fidata composta da corregionali, amici e compagni di “classe”.

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