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Trump, un’incognita nel futuro dell’Iran

Rouhani e Trump sono due politici (o meglio il primo lo è, mentre il secondo è un outsider) molto differenti fra loro, sia come orientamento politico che nei modi di fare, ma anche come pregresso di vita. Nonostante questa profonda diversità, ora, si trovano a essere legati da un filo che porta il futuro dell’Iran a dipendere dalle decisioni che prenderà il neoeletto presidente degli Stati Uniti.
Rouhani si è speso molto – insieme al suo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif – per gli accordi sul nucleare. Così tanto che, forse, non sarebbe neanche troppo azzardato affermare che lo scopo del Governo Rouhani è stato proprio il raggiungimento del Joint Comprehensive Plan of Action. Di certo non ci si aspettava che con il jcpoa si sarebbe risolta l’ostilità tra Stati Uniti e Iran, ma non ci si aspettava neanche l’esatto contrario: ossia che con l’elezione di Trump si potesse tornare indietro. Se con Obama gli ultimi “incidenti” tra la flotta americana e quella iraniana nel Golfo Persico lasciavano il tempo che trovavano, ora, con Trump, le acque iraniane vanno tenute sotto controllo.
Come se non bastasse il Jcpoa non ha prodotto gli effetti sperati dal Presidente iraniano. Sono ancora molte le aziende reticenti e diffidenti riguardo la possibilità di investire in e con l’Iran: dall’energia alle telecomunicazioni [soprattutto se attività a “doppio uso” dove l’ostilità americana si fa sentire anche con atteggiamenti poco trasparenti e “poco leciti”, NdR], dalla gastronomia fino all’industria. L’unico settore che sembra non aver timori è quello del turismo. Insomma, il Governo Rouhani si è dato tanto, e ha ricevuto molto poco dall’accordo sul nucleare soprattutto in campo finanziario con le banche ancora ufficialmente fuori dal sistema internazionale “Swift”. Accordo che, ovviamente, non può essere messo in discussione da Trump perché non è stato un “agreement” tra Usa e Iran, ma il frutto di un negoziato al quale hanno partecipato 5 Paesi più 1: Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti più Germania.
Ora, a parte l’ultimo accordo “Opec/non-Opec” sul tetto della produzione petrolifera che potrebbe favorire l’Iran, il Presidente iraniano si trova in una sorta di cul-de-sac politico con il Parlamento che oramai non lo appoggia più come prima, i conservatori che hanno fatto sentire nuovamente tutto il loro peso alle ultime elezioni, la scomparsa del pragmatico tecnocrate Rafsanjani (non un vero alleato, ma una buona sponda), e adesso anche l’insediamento di Trump come nuovo presidente degli Stati Uniti, il quale ha definito il Jcpoa come un «accordo terribile» che dovrebbe essere smantellato. L’Iran ha un disperato bisogno di capitali stranieri per sbloccare l’economia e l’altissima disoccupazione giovanile che ha superato il 60%.
Donald Trump, fino a quando non definirà la sua reale visione della politica Estera e i rapporti con la Russia di Putin, sarà un’incognita che potrebbe ostacolare non poco la crescita economica e geopolitica iraniana. Ora come ora nessun politico vorrebbe essere nella posizione di Hassan Rouhani. Soprattutto dopo il ban di sette Paesi a maggioranza musulmana – Libia, Sudan, Somalia, Yemen, Siria, Iran e Iraq – che sta creando non poche proteste interne, e problemi nei rapporti economici internazionali.

Foto in evidenza: Michael Vadon – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54216023

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